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esercitati
in ricostruzioni topografiche utopistiche e astratte, guardando
ai monumenti antichi riscoperti come a elementi di esaltazione,
a luoghi della Memoria, a simboli della passata grandezza.
Stesso atteggiamento
venne
coltivato dalla lunga schiera di Viaggiatori e antiquari che nel
XVIII-XIX secolo visitarono la Sicilia spinti e affascinati
dalla possibilità di verificare, di ritrovare i luoghi e i
monumenti ricordati nei testi di antichi storici e poeti. Di
poter percepire, in Sicilia, “la chiave di tutto”. L’Arcadia. Le
radici dell’identità culturale europea. Immersi in un paesaggio
assolutamente unico e in una fitta rete di suoni, colori, odori,
i luoghi più magici del Sud- Est siciliano da sempre difendono
ostinatamente identità, storia e tradizioni dal turismo di
massa, per offrire a chi sa guardarli il loro aspetto più
autentico. E con il medesimo intento, quello della
preservazione, questi siti sono stati inseriti nella World
Heritage List dall’UNESCO.
La riscoperta di Akragas, oggi Agrigento, fu avviata verso la
fine del Settecento, quando giunsero qui i primi Viaggiatori
europei che, proprio in quel periodo, si avventuravano in
Sicilia scoprendovi un’inaspettata quanto immensa ricchezza
artistica e archeologica. I templi, oggi come allora, si
allineano sulla cresta di una collina e sono il più evidente
simbolo di una città, un tempo fra le più potenti del mondo, la
cui ricchezza e bellezza era decantata dai più grandi poeti del
V secolo. Inseriti nell’elenco dei Beni dell’Umanità dell’UNESCO
nel 1997, i templi si dispongono a valle dell’odierno abitato
che ricalca l’insediamento medievale, costituendo una
passeggiata archeologica straordinaria.
Da un paesaggio di pietre dorate che profumano di storie
millenarie a quello diversissimo e altrettanto suggestivo delle
isole Eolie, inserite nell’elenco del Patrimonio dell’Umanità
nel 2000. Le Eolie appaiono nell’aria immota e limpida come
certi disegni di bambini, con le sagome delle isole a
galleggiare fra mare e cielo turchino.
Nelle giornate calde, invece, quando la foschia s’adagia
sull’orizzonte, le incerte
sagome azzurre delle isole sembrano quelle d’un antica flotta,
arenatasi sui fondali in speranzosa attesa di salvataggio. Ma
nell’una come nell’altra stagione, esse accompagnano per lungo
tratto il Viaggiatore, ed è difficile
resistere al loro richiamo, come se novelle sirene intonassero i
loro canti maliardi dalle coste che sembrano così vicine. Isole
quasi magiche, le Eolie, e favolose: qui gli antichi greci,
affascinati dal loro mutevole aspetto – esse, invero, appaiono e
scompaiono a seconda del capriccio delle nubi e dei venti,
mutando colore e, sembrerebbe, perfino posizione – ambientarono
più d’uno dei loro miti. Monumenti, certo, di epoche e stili
diversi, testimonianza di un passato glorioso, del quale si
cerca di recuperare la memoria e il rispetto. Ma anche mare,
limpido e affollato di flora e fauna, papiri lussureggianti, una
vita culturale sempre più intensa, attività artigianali e
atelier d’artisti, gastronomia. Tanti sono i motivi d’interesse
di Siracusa, l’ultima località, in ordine di tempo, a essere
stata inserita nella lista dell’UNESCO.
Un riconoscimento al suo prestigio storico, senza dubbio, a
questa città che è stata per lungo tempo una delle capitali del
Mediterraneo e che del suo passato conserva preziose vestigia.
Ma anche alla sua volontà di ritrovare un ruolo di primo piano
nel Mediterraneo di oggi, anche, e soprattutto, attraverso il
recupero e la valorizzazione dei segni del passato. Che non è
solo Magna Grecia, ma anche architetture sveve e barocche,
liberty e moderne.
Un fermento di rinascita percorre Ortigia, la parte più antica
dell’insediamento urbano,
lì
dove popoli preistorici si insediarono ben prima dei Greci. Per
una vita notturna che sia degna conclusione di una giornata
passata a visitare monumenti: la Neapoli, con l’imponente Teatro
Greco che ogni anno ospita spettacoli classici, l’ara di Ierone,
le latomie con il famoso Orecchio di Dionisio. La zona dell’Epipoli,
con la chiesetta di San Giovanni Evangelista, che sovrasta un
immenso reticolo di catacombe paleocristiane, e il moderno
santuario dedicato alla miracolosa Madonna delle Lacrime. I
musei, fra cui quello archeologico, che è il più vasto della
Sicilia e uno dei più importanti d’Italia, e la Galleria
Regionale, nella quale sono custoditi autentici tesori, come
l’Annunciazione di Antonello da Messina e il Seppellimento di
Santa Lucia, di Caravaggio.
Da Siracusa, si raggiunge in breve tempo anche un’altra
importante località inserita nell’elenco dei Beni dell’Umanità
nel 2005: la necropoli di Pantalica.
Un luogo di bellezza selvaggia, alla confluenza fra il fiume
Anapo e il Calcinara, che oltre all’interesse archeologico
assume un rilievo naturalistico e paesaggistico, per la
ricchezza e varietà di specie botaniche e animali che vivono
sulle sponde dei corsi d’acqua. Qui sorge il bastione roccioso
di Pantalica, alto sulla profonda vallata sca vata
dall’acqua, all’ombra di platani e oleandri, nel suo scorrere
millenario.
In
questa pietra, i Siculi, il popolo preistorico che viveva in
Sicilia prima dell’avvento della colonizzazione greca, scavarono
quasi cinquemila tombe.
Il terremoto dell’11 gennaio 1693 fu uno degli eventi
catastrofici più gravi accaduti in Italia in epoca storica. La
scossa distrusse un’area di centinaia di chilometri quadrati:
praticamente tutta la Sicilia sud-orientale. Eppure mai come in
questo caso si può dire che non tutti i mali vengono per
nuocere: dalla ricostruzione sorse quel che oggi viene definito
Barocco del Val di Noto, un patrimonio inestimabile di arte e
architettura che l’UNESCO ha inserito nel 2001 nell’ambito
elenco dei Beni dell’Umanità.
I centri urbani selezionati a comporre questo tesoro sono otto:
Catania e, nella sua provincia, Caltagirone e Militello Val di
Catania; Ragusa con Modica e Scicli; Palazzolo Acreide e Noto,
nella provincia di Siracusa. Catania non sarà la più bella città
siciliana, ma di certo ha un suo fasto, oltre a un ambiente di
grande vivacità, riscoperto con gioia da giovani, artisti e
personaggi della cultura. Qui si ammirano l’infilata di chiese e
conventi della via dei Crociferi, l’elefantiaca chiesa di San
Nicola e le raffinate quinte di piazza Duomo.
A dispetto delle
dimensioni contenute, Militello Val di Catania vanta una
quantità di edifici barocchi di pregio:
dal convento dei monaci passando per la chiesa Madre, quella
della Madonna della Catena e il santuario di Santa Maria La
Stella. Sempre in provincia di Catania troviamo Caltagirone, ben
nota per la produzione di ceramica fin dalla notte dei tempi.
L’altro capoluogo, Ragusa, oltre a una profusione di chiese ha
anche una quantità non indifferente di palazzi nobiliari.

Con curiosa armonia, i nuovi edifici barocchi voluti
dall’aristocrazia locale, andarono a innestarsi su un tessuto
viario ancora spiccatamente medievale, creando quell’autentico
gioiello che è Ibla. Poco lontano da Ragusa, incontriamo
l’incantevole Modica, città di antichissima storia e prestigio.
Qui il monumento più famoso è senz’altro la grande chiesa di San
Giorgio, con la lunghissima scalinata di duecentocinquanta
gradini a precedere una facciata altissima, quasi volesse
sfidare il cielo. Una stradina stretta scende da qui verso
Scicli. Se si arriva di sera, le case, le chiese e i palazzi
appaiono illuminati da calda luce dorata, uno spettacolo
suggestivo che prelude a quello delle tante decorazioni in
pietra sugli edifici. Fiori, intagli, geometrie, ma anche
rappresentazioni grottesche. Chiese e conventi sono massimamente
rappresentati a Noto, da sempre considerata “capitale” del
barocco. Si va dal monastero del Salvatore al Duomo, edificio
elegantissimo quanto imponente che, finalmente, dopo laboriosi
restauri riaprirà i battenti a fedeli e visitatori nella
primavera del 2006.

Palazzolo Acreide è l’ultima tappa del nostro itinerario. Qui i
palazzi sono numerosi e riccamente ornati: fra gli altri la
dimora del barone Gabriele Judica, che si ridusse sul lastrico
per portare alla luce i resti dell’antica Akrai, e i palazzi
Zacco e Ferla.
Fra i beni dell’umanità
censiti dall’UNESCO nel 1996 spicca quel tesoro inestimabile che
è la Villa del Casale di Piazza Armerina, con le celebri
Palestrite e la Grande caccia, con la sua profusione di fiere e
cacciatori. Negli anni Trenta, sotto agli occhi stupefatti degli
archeologi, emersero tre grandi raggruppamenti di sale,
collegate da gallerie e cortili, una villa di stupefacente
splendore, con tanto di terme private, complete di ogni
ambiente. E, quel che è più straordinario ancora, centinaia di
metri quadrati di mosaici. Un ciclo musivo di eccellente
qualità, preservato intatto
da una spessa coltre di fango che livaveva sepolti a seguito di
un’alluvione.vLa villa, realizzata fra il III e il IV secolo d.C.,
era di proprietà di un ignoto personaggio dell’aristocrazia
romana, che secondo alcuni storici poteva essere addirittura
imparentato con la famiglia imperiale, un personaggio del quale
con certezza si sa soltanto che era molto ricco e che amava
circondarsi di sfarzo. Accanto a monumenti, città e paesaggi da
preservare ci sono anche beni immateriali censiti dall’UNESCO.
In questo elenco è stata inserita a partire dal 2001 l’Opra dei
pupi, per il suo straordinario spessore culturale. Un
riconoscimento che accosta questa forma d’arte tradizionale ad
altre espressioni artistiche di tutto il mondo, tutte
caratterizzate da forti specificità. Una volta, l’Opra dei Pupi
era uno spettacolo quotidiano, per i siciliani. Una sera dopo
l’altra, ci si raccoglieva nei teatrini, a seguire le vicende di
Orlando, Rinaldo, Bradamante e Angelica, parteggiando per l’uno
o per l’altro e dando addosso ai cattivi. Le epiche vicende
venivano narrate dai cuntisti, cantastorie ambulanti che un
giorno dopo l’altro si esibivano davanti a un pubblico di
affezionati ascoltatori. La fortuna del genere è legata anche
alla sua vicinanza con certi codici di comportamento fortemente
radicati nei siciliani, dal senso dell’onore alla lotta per la
giustizia, valori che, pur nella forma semplice dell’Opra,
venivano trasmessi e rinsaldati nella narrazione teatrale.
• IL
MITICO MONDO DEI FLORIO
Per
oltre un secolo i Florio hanno retto le sorti dell’economia in
Sicilia, diventando una delle maggiori potenze economiche
dell’Italia post-unitaria. Ci sono uomini, luoghi e imprese che
hanno segnato la saga di questa famiglia, vera padrona della
Palermo più bella, a cui l’Assessorato Regionale al Turismo,
Comunicazioni e Trasporti ha deciso di dedicare il 2006 con una
serie di manifestazioni che ruotano intorno a questo nome. Dai
capostipiti, Paolo e Ignazio, al fondatore di Casa Florio,
Vincenzo, al figlio Ignazio – entrambi creatori dell’“età dei
Florio” – ai testimoni degli anni del tramonto, Ignazio jr,
marito della bellissima Donna Franca, e Vincenzo Florio,
inventore della Targa Florio, ovvero ciò che di questo casato è
arrivato fino a oggi con intatto fascino. Il loro immenso
patrimonio era frutto di attività che spaziavano in tutti i
settori produttivi dell’economia italiana: la navigazione
soprattutto, e poi le miniere di zolfo, la Fonderia Oretea, il
vino Marsala, la pesca e la conservazione del tonno, industrie
tessili, metalmeccaniche e chimiche. È tanta operosità ad aver
permesso a una famiglia di modestissime origini, proveniente
dalla Calabria, di inserirsi nel mondo dell’aristocrazia più
esclusiva. Non solo imprese ma anche luoghi: l’aromateria di San
Giacomo, i Quattro Pizzi, l’edificio residenziale dell’Arenella,
villa Bufera-Wilding, villa Igiea, villino Florio con il liberty
di Basile che svetta tra la vegetazione. E adesso gli uomini.
Vincenzo rappresentò per decenni il prototipo del borghese
siciliano che, successo dopo successo, divenne l’uomo più ricco
di Palermo, pioniere di coraggiose iniziative commerciali,
capace di prevedere evoluzioni di mercato o crisi politiche,
abile nelle relazioni diplomatiche.
Ignazio non poteva accogliere l’eredità del padre Vincenzo in
maniera più brillante: in pochi anni impresse una svolta agli
affari, fu lui a consolidare l’impero economico. La gestione
delle tonnare era uno dei filoni più attraenti per chi aveva
denaro da investire. E nel 1874 Ignazio acquistò per 2 milioni
750 mila lire tutte le Egadi dai marchesi Rusconi di Bologna:
quel passaggio segnò una rinascita per le isole e fu dato
mandato a Giuseppe Damiani Almeyda, progettista del Teatro
Politeama di Palermo, di allestire un progetto per un’agiata
dimora a Favignana. Ignazio, mecenate geniale, s’inventò
iniziative mondane, culturali, architettoniche: il Teatro
Massimo, disegnato da Basile e inaugurato a fine ’800, il
giornale L’Ora, fondato con il preciso intento di sostenere le
istanze del Sud.
Il
figlio, Ignazio Florio jr, fu alle prese con il riassestamento
delle finanze di casa, ma non si negò l’agiatezza nella quale
era cresciuto. Sempre al suo fianco, sia pur in un matrimonio
complesso e travagliato per le evasioni poco innocenti del
marito, Donna Franca. Ricordare Franca Florio solamente per la
sua straordinaria bellezza significherebbe fare un torto a una
delle figure più in vista della belle époque palermitana. Alta e
flessuosa, occhi grigi, ovale perfetto del viso, sorriso
contagioso, la regina di Palermo univa a queste qualità fisiche
una spiccata carica di simpatia, generosità, capacità di tessere
rapporti che ebbero un’importanza fondamentale nell’ascesa di
casa Florio. Nella Palermo della belle époque, s’avvertì forte
l’imporsi della modernità, della velocità e delle maggiori
innovazioni tecnologiche, c’era l’impulso travolgente delle
Avanguardie, l’arditezza imprenditoriale: una stagione felice
per la città, centro della realtà culturale ed economica
italiana. Vincenzo Florio, fratello minore di Ignazio jr, ne fu
uno dei protagonisti.
Fu
lui a lanciare la Targa Florio, superando le difficoltà legate
alle impervie condizioni delle strade dell’Isola. Un uomo
poliedrico, Vincenzo. Colto, appassionato di sport e dotato di
senso imprenditoriale, di curiosità per tutto quanto ruotava
intorno al mondo dell’arte e della cultura. La lunga schiera di
Viaggiatori, letterati, antiquari, che nel XVIII-XIX secolo
visitò la Sicilia, fu attratta e affascinata da una Terra che
“raccontava” una storia straordinaria attraverso la quale si
intuiva “la chiave di tutto”. Le radici stesse dell’identità
culturale europea. Gli ultimi sono stati anni di impegno e
coraggio contro le conseguenze del boom economico e
dell’abusivismo edilizio, dello sviluppo abnorme e caotico dei
centri urbani e dell’industrializzazione incontrollata e
devastante. Grazie a una politica illuminata e rigorosa la
Sicilia ha potuto finalmente rilanciare il Patrimonio Culturale
ponendolo come condizione e opportunità di un nuovo modello di
sviluppo, facendo maturare e diffondere sempre più la concezione
del bene culturale non solo come gloriosa memoria, simbolo o
curiosità meravigliosa, ma come documento, testimonianza,
strumento di riconoscimento della propria Identità. Come
autentica risorsa. La Sicilia e la sua storia attraggono
nuovamente Viaggiatori attenti e curiosi. E noi
vogliamo continuare a raccontarla, questa storia. E,
soprattutto, esserne finalmente all’altezza.

VINCENZO FLORIO
INSIEME AL LEGGENDARIO
PILOTA
TAZIO NUVOLARI
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